Archivi tag: opere

Lunedì della II settimana di Avvento

presentazione della B.V. Maria

«… vizio antico …».

 Lettura del Vangelo secondo Matteo 11, 16-24

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie». Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

Catechesi di padre Massimo di Lunedì 21 novembre 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 11, 16-24.

2022-11-21_Lunedi_pMG_Catechesi_dalla_Parrocchia_S_Rita_Milano.mp3

«… una donna speciale …».

Omelia di padre Massimo di Lunedì 21 novembre 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 11, 16-24.

2022-11-21_Lunedi_pMG_Omelia_dalla_Parrocchia_S_Rita_milano.mp3


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Lunedì della settimana della II Domenica dopo la Dedicazione

«… nel tuo cuore …».

 Lettura del Vangelo secondo Giovanni 14, 12-15

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. Se mi amate, osserverete i miei comandamenti».

Catechesi di padre Massimo di Lunedì 31 ottobre 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 14, 12-15.

2022-10-31_Lunedi_pMG_Catechesi_dalla_Parrocchia_S_Rita_Milano.mp3

«… Adorazione Eucaristica – Parrocchia del Buon Pastore – Macerata …».


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III Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

«… in comunione con il Padre …».

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 5, 25-36

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato».

Catechesi di padre Massimo di Domenica 18 settembre 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 5, 25-36.

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«… l’opera più grande …».

Omelie di padre Massimo di Domenica 18 settembre 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 5, 25-36.

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Santa Brigida, religiosa, patrona d’Europa

«… a causa del nome di Gesù …».

Lettura del Vangelo secondo Matteo 5, 13-16

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Catechesi di padre Massimo di Sabato 23 luglio 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 5, 13-16.

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«… il sale della terra e luce del mondo …».

Omelia di padre Massimo di Sabato 23 luglio 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 5, 13-16.

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Sabato della V Domenica dopo Pentecoste

B.V. Maria del Monte Carmelo

«… Gesù è uno di noi, ma non è come noi …».

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 7, 1-6b

In quel tempo. Il Signore Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. I suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!». Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto».

Catechesi di padre Massimo di Sabato 16 luglio 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 7, 1-6b.

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«… la santità è un’ambiente …».

 Lettura del Vangelo secondo Giovanni 19, 25-27

In quell’ora, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Omelia di padre Massimo di Sabato 16 luglio 2022 –  dalla Chiesa Santa Maria del Carmine – Firenze –  Vangelo del Rito Romano – Giovanni 19, 25-27.

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Venerdì della III settimana di Pasqua

«… fame e sete di Dio …».

 Lettura del Vangelo secondo Giovanni 6, 22-29

In quel tempo. La folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che il Signore Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo ». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Catechesi di padre Massimo di Venerdì 06 maggio 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 6, 22-29.

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Santi Filippo e Giacomo, apostoli

«… la piena rivelazione del Padre …».

 Lettura del Vangelo secondo Giovanni 14, 1-14

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Catechesi di padre Massimo di Martedì 03 maggio 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 14, 1-14.

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Mercoledì in Albis

«… si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero …».

 Lettura del Vangelo secondo Luca 24, 13-35

In quello stesso giorno due discepoli del Signore Gesù erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Catechesi di padre Massimo di Mercoledì 20 aprile 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Luca 24, 13-35.

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«… Cristo svela la natura delle persone …».

Omelia di padre Massimo di Mercoledì 20 aprile 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Luca 24, 13-35.

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IV Domenica di Quaresima

Domenica del cieco

«… toccaci gli occhi della fede …».

 Lettura del Vangelo secondo Giovanni 9, 1-38b

In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».

Catechesi di padre Massimo di Domenica 27 marzo 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 9, 1-38b.

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«… luce vera …».

Omelia di padre Massimo di Domenica 27 marzo 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 9, 1-38b.

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Padri e madri del deserto

«… Marcella …»

***

27 marzo 2022

IV Domenica di Quaresima

Il Monachesimo in Occidente

Marcella

Noi tue discepole, tu la maestra […]. Tu sei stata la prima ad accendere in noi la scintilla, a esortaci con la parola e con l’esempio a questo genere di vita. Ci hai radunate come una chioccia i pulcini. (Girolamo, Lettere, 46, 1)

Quando i bisogni della Chiesa mi fecero venire a Roma […] e io fuggivo per modestia gli sguardi delle nobili donne, Marcella insistette talmente secondo le parole dell’Apostolo a tempo inopportuno e opportuno che il suo zelo vinse il mio riserbo. (Girolamo, Lettere, 127, 7.1)

Tu veramente […] non mi scrivi altro se non cose che mi spremono e mi costringono a leggere le Scritture. (Girolamo, Lettere, 29, 1)

Da lei per la prima volta fu confuso il mondo pagano, poiché fu chiaro a tutti che cosa fosse la vedovanza cristiana, che essa lasciava vedere dal suo atteggiamento interiore e dalla sua condotta esteriore. […] La nostra vedova usava vesti adatte a proteggerla dal freddo, e non a mostrare nude le sue membra; rifiutava l’oro, anche per l’anello, e lo nascondeva nel ventre dei poveri più che nelle borse. Non andava in nessun luogo senza la madre. […] Aveva sempre in sua compagnia vergini e vedove, tutte donne di grande serietà. Sapeva che è dalla leggerezza delle serve che si giudicano i costumi delle padrone e che quale una è, tale è la compagnia di cui si diletta. (Girolamo, Lettere, 127, 3.6; 3.9; 3.11)

A quell’epoca nessuna delle nobildonne romane a Roma conosceva la vita monastica […] e non arrossì di professare quel che sapeva piacere a Cristo. Parecchi anni dopo la imitarono Sofronia e altre. (Girolamo, Lettere, 127, 3.6; 3.9; 3.11)

Il podere alla periferia di Roma vi[1] servì da monastero; sceglieste la campagna a motivo della sua solitudine. Siete vissute in tal modo per lungo tempo e così, grazie al vostro esempio e al comportamento di molte, abbiamo avuto la gioia di vedere che Roma era divenuta un’altra Gerusalemme.  (Girolamo, Lettere, 127, 8.3)

Quale virtù, quale talento, quale santità, quale purezza ho trovato in lei, ho pudore a dirlo. (Girolamo, Lettere, 127, 8.3)

Incredibile era il suo zelo per le divine Scritture […]. Sapeva che la meditazione della Legge non consiste nel ripetere quello che sta scritto […], ma nell’agire […]. I suoi digiuni erano moderati, si asteneva dalle carni, del vino conosceva più l’odore del gusto, a motivo dello stomaco e delle frequenti malattie. Di rado si presentava in pubblico, e soprattutto evitava le case delle nobili matrone per non essere costretta a vedere ciò che aveva disprezzato. Onorava le basiliche degli apostoli e dei martiri con preghiere segrete e, tra di esse, quelle meno frequentate dalla gente. Obbediva a sua madre a tal punto che a volte faceva quel che non avrebbe voluto […] preferendo perdere il denaro[2] piuttosto che rattristare l’animo della madre. (Girolamo, Lettere, 127, 8.3)

 Così trascorse la sua vita per molti anni; si vide vecchia prima di ricordarsi di essere stata giovane. […] Marcella trascorse i suoi anni e visse pensando sempre di essere sul punto di morire. (Girolamo, Lettere, 127, 6.2; 6.6)

Poiché a quel tempo godevo di una certa reputazione quale studioso della Scrittura, non venne mai da me senza interrogarmi su qualche punto delle Scritture, e non si arrendeva subito, poneva invece domande non per spirito di contesa, ma per cercare e apprendere soluzioni alle obiezioni che avrebbero potute esser mosse. […]. Dirò soltanto questo: tutto quel sapere che ho potuto accumulare in me attraverso lunghi studi e trasformare quasi in natura attraverso una lunga meditazione, essa l’aveva bevuto, imparato, acquisito, così che dopo la mia partenza, se nasceva una controversia a proposito di qualche passo delle Scritture, si ricorreva al suo giudizio. E poiché era molto prudente […] quando la si interrogava, rispondeva esponendo un’opinione personale come se non fosse sua, ma mia, o di qualcun altro, e si professava discepola nell’istante stesso in cui insegnava […] e non voleva dar l’impressione di offendere il sesso maschile e, a volte, i preti che la interrogavano su questioni oscure e ambigue. (Girolamo, Lettere, 127, 7.2; 7.4-6)

Da troppo tempo stiamo vivendo nei compromessi. La nostra nave un po’ è stata sballottata da tempeste marine, un po’ s’è avariata nel cozzare contro gli scogli. Mi pare il caso, dunque, di rifugiarci al più presto in qualche solitario e nascosto angolino di campagna, come in un porto. Lì potremo nutrirci di cibi magari grossolani, ma genuini: pane ordinario, legumi annaffiati con le nostre mani, latte…, tutti prodotti campagnoli prelibati. Con un tal genere di vita il sonno non riuscirà a distoglierci dalla preghiera e la sazietà non ci farà ostacolo alla lettura. (Girolamo, Lettere, 42.3)

Allora la santa Marcella, che a lungo aveva chiuso gli occhi per non destare il sospetto che fosse mossa da gelosia, quando comprese che la fede, lodata per bocca dell’Apostolo, era violata in molti punti tanto che l’eretico trascinava perfino dei preti e molti monaci e soprattutto dei laici a dare il loro assenso e si prendeva gioco della semplicità del vescovo, si oppose pubblicamente, preferendo piacere a Dio, piuttosto che agli uomini. […] Fu lei a dar principio alla condanna degli eretici [che], chiamati a difendersi con numerose lettere, non osarono venire e tanto grande era il peso che gravava sulla loro coscienza che preferirono essere condannati in contumacia, piuttosto che essere accusati di persona. (Girolamo, Lettere, 127, 9.7; 10.5-6)

In mezzo a tanta confusione, il vincitore sanguinario entra anche nel palazzo di Marcella. […] Si dice che accolse gli aggressori con volto intrepido. Poiché le si chiedeva l’oro e le ricchezze nascoste, si giustifica mostrando la sua rozza tunica, ma non riesce a far credere alla sua povertà volontaria. Colpita con bastoni e flagelli, dicono che non sentisse i tormenti, ma che si gettava piangendo ai piedi dei suoi carnefici per supplicare che non ti[3] separassero da lei perché temeva che la tua giovane età non sopportasse ciò che la vecchiaia non poteva temere. Cristo addolcì i cuori induriti e tra le spade cruente trovò spazio la pietà. […] Dopo alcuni mesi Marcella, sana e salva, in buona salute si addormentò nel Signore e lasciò te erede della sua povertà, o piuttosto attraverso di te lasciò eredi i poveri. Chiuse gli occhi sotto le tue mani, rese lo spirito in mezzo ai tuoi baci e, mentre tu piangevi, lei sorrideva cosciente di aver vissuto bene e di godere dei beni futuri. (Girolamo, Lettere, 127, 13.1; 13.3-6; 14.1-3)

[1] Girolamo si rivolge qui a Principia, figlia spirituale di Marcella e destinataria della lettera 127.

[2] La madre Albina amava i suoi parenti e voleva che tutti i beni di Marcella, che non aveva figli, fossero devoluti ai figli del fratello. Marcella, invece, preferiva i poveri, tuttavia, non volle opporsi alla madre e lasciò ai ricchi i gioielli e le suppellettili.

[3] Girolamo si rivolge qui a Principia, figlia spirituale di Marcella e destinataria della lettera 127.

***

27 marzo 2022

IV Domenica di Quaresima

Il Monachesimo in Occidente

Marcella

Parallelamente a quanto avviene in Oriente, il Monachesimo trova terreno fertile anche in Occidente, laddove l’idea di deserto è però costretta con maggiore rigore ad allontanarsi dalle proprie peculiarità geografiche e a ridefinirsi. Assume così forme diverse, al punto che, a volte, il deserto sarà cercato e trovato addirittura nel cuore delle città[1].

Anche nel cuore delle città italiane.

Una lettera di Ambrogio, vescovo di Verona, ci informa che in quella città esistevano vergini consacrate, e lo stesso Ambrogio riferisce di comunità femminili a Bologna. Anche Agostino attesta l’esistenza di comunità di vergini vedove a Milano e Roma.

Tuttavia, senza minacciare la bellezza propria di ciascuna di queste comunità, si può dire che le comunità femminili più importanti in Italia sono senza dubbio sorte negli ambienti aristocratici romani.

Proprio in questi ambienti, gli echi dei racconti fatti da Atanasio e dal suo successore Pietro, in occasione dei loro soggiorni a Roma, erano giunti alle orecchie di alcune donne aristocratiche romane che, innamoratesi dell’esperienza che Antonio il Grande stava vivendo nel deserto[2], cercano il loro proprio deserto, tutto da custodire: uno spazio di solitudine e di intimità con il Signore.

In particolare le nobili donne latine godono di ampia libertà e dispongono di considerevoli mezzi e ricchezze, tali da poter permettere loro di viaggiare e di fondare monasteri anche in luoghi lontani da Roma. Non solo. Come già Sincletica, che cita insistentemente la Scrittura nelle sue catechesi alle discepole, la maggior parte di queste aristocratiche donne romane hanno una forte familiarità con la Scrittura e, anche per questo, i monasteri da loro fondati diventano luogo di promozione umana: molte donne impareranno qui a leggere e a scrivere quando la stragrande maggioranza dei contemporanei erano analfabeti e, in alcuni casi, avranno modo di incontrare vescovi, chierici, monaci famosi e di fermarsi in conversazione con loro.

Si diceva, appunto, che uno dei primi a portare in Italia la suggestione degli ambienti ascetici egiziani è Atanasio, vescovo di Alessandria, cui è attribuita la Vita di Antonio. Giunto a Roma tra il 341 e il 343 per cercare supporto contro l’eresia ariana, Atanasio diffonde le idealità dei padri del deserto tra i circoli dei cristiani più ferventi e trova ascolto in una fanciulla patrizia di intelletto acuto e rara sensibilità: Marcella.

Chi è Marcella?

Noi tue discepole, tu la maestra […]. Tu sei stata la prima ad accendere in noi la scintilla, a esortaci con la parola e con l’esempio a questo genere di vita. Ci hai radunate come una chioccia i pulcini. [3]

Le parole di Paola e della figlia Eustochio, tratte da una lettera indirizzata a Marcella per invitarla a raggiungerle in Palestina, iniziano a delineare i contorni di questa nobile donna appartenente all’aristocrazia romana, di cui, come purtroppo spesso è accaduto anche per altri e altre, la storia ne ha cancellato gli scritti, ma non le tracce[4]. Al punto che la memoria che di lei si tramanda, tra le righe delle epistole di Girolamo, è di una dolcezza e di una autorevolezza tale da lasciare nel lettore una specie di amarezza per non poter soddisfare il santo desiderio di conoscerla meglio.

Quello che Paola ed Eustochio ci permettono subito di capire è che Marcella vive, nel cosiddetto Circolo dell’Aventino, l’esperienza generativa della maternità spirituale di un gruppo di donne – ma anche di alcuni uomini – che si riunivano per leggere, studiare e commentare la Scrittura. Non è infatti accaduto, come alcuni potrebbero credere, che questo gruppo di vergini consacrate sia stato fondato da Girolamo. Egli stesso racconta come andarono le cose e come sia stata determinante l’ostinata risolutezza di Marcella in quella che poi si rivelerà essere non solo semplicemente una conoscenza, un’erudita amicizia, ma un comune servizio alla Parola, un’adesione radicale alla stessa, una profonda comunione tra i due, in Cristo:

Quando i bisogni della Chiesa mi fecero venire a Roma […] e io fuggivo per modestia gli sguardi delle nobili donne, Marcella insistette talmente secondo le parole dell’Apostolo a tempo inopportuno e opportuno che il suo zelo vinse il mio riserbo.[5]

Non si accontenta, Marcella, come avrebbe fatto chiunque altro, di quel che Girolamo ha da offrirle, che non è poco. Lei, assetata non di sterile erudizione, ma di Verità, continuamente rilancia. Al punto che Girolamo la chiama, con fraterna ironia, mio datore di lavoro[6]:

Tu veramente […] non mi scrivi altro se non cose che mi spremono e mi costringono a leggere le Scritture.[7]

Di questo gruppo di donne, dunque, solo ad un certo punto Girolamo divenne il consulente biblico e la guida spirituale.

Ma torniamo a Marcella.

Marcella, donna salda, equilibrata, mite e dolce, dalla singolare bellezza fisica[8], appartenente ad una delle più illustri famiglie romane, rimase vedova a soli sette mesi dalle nozze e rifiutò con sdegno la proposta di un matrimonio di convenienza da parte del console Cereale, deludendo le aspettative di sua madre Albina.

Da lei per la prima volta fu confuso il mondo pagano, poiché fu chiaro a tutti che cosa fosse la vedovanza cristiana, che essa lasciava vedere dal suo atteggiamento interiore e dalla sua condotta esteriore. […] La nostra vedova usava vesti adatte a proteggerla dal freddo, e non a mostrare nude le sue membra; rifiutava l’oro, anche per l’anello, e lo nascondeva nel ventre dei poveri più che nelle borse. Non andava in nessun luogo senza la madre. […] Aveva sempre in sua compagnia vergini e vedove, tutte donne di grande serietà. Sapeva che è dalla leggerezza delle serve che si giudicano i costumi delle padrone e che quale una è, tale è la compagnia di cui si diletta.[9]

Poco più tardi anche la madre si lasciò trascinare nella scelta della figlia e il loro palazzo sull’Aventino fu trasformato in un cenacolo ascetico, dove le due donne vissero una specie di monachesimo domestico.

A quell’epoca nessuna delle nobildonne romane a Roma conosceva la vita monastica […] e non arrossì di professare quel che sapeva piacere a Cristo. Parecchi anni dopo la imitarono Sofronia e altre.[10]

Il podere alla periferia di Roma vi[11] servì da monastero; sceglieste la campagna a motivo della sua solitudine. Siete vissute in tal modo per lungo tempo e così, grazie al vostro esempio e al comportamento di molte, abbiamo avuto la gioia di vedere che Roma era divenuta un’altra Gerusalemme.[12]

Marcella aprì così le porte del proprio palazzo sull’Aventino – ma anche quelle del proprio cuore – a numerose nobildonne romane, come Paola e la figlia Eustochio, Asella, Lea, Principia, Marcellina, che si trovavano lì per studiare le Scritture e per pregare. Avendo poi convinto Girolamo a sostenere questo gruppo di donne offrendo la sua competenza biblica e i suoi consigli spirituali, egli le frequentò per tutti i suoi tre anni in cui soggiornò a Roma.

Marcella lo colpì profondamente perché più che sua semplice figlia spirituale, fu una preziosa collaboratrice della sua crescita umana e spirituale.

Quale virtù, quale talento, quale santità, quale purezza ho trovato in lei, ho pudore a dirlo.[13]

La sua condotta evangelica, il suo amore per le Scritture, l’intelligenza della mente e del cuore con la quale la leggeva lo lasciavano continuamente senza parole. In lei la Parola diventava vita.

Incredibile era il suo zelo per le divine Scritture […]. Sapeva che la meditazione della Legge non consiste nel ripetere quello che sta scritto […], ma nell’agire […]. I suoi digiuni erano moderati, si asteneva dalle carni, del vino conosceva più l’odore del gusto, a motivo dello stomaco e delle frequenti malattie. Di rado si presentava in pubblico, e soprattutto evitava le case delle nobili matrone per non essere costretta a vedere ciò che aveva disprezzato. Onorava le basiliche degli apostoli e dei martiri con preghiere segrete e, tra di esse, quelle meno frequentate dalla gente. Obbediva a sua madre a tal punto che a volte faceva quel che non avrebbe voluto […] preferendo perdere il denaro[14] piuttosto che rattristare l’animo della madre.[15]

Così trascorse la sua vita per molti anni; si vide vecchia prima di ricordarsi di essere stata giovane. […] Marcella trascorse i suoi anni e visse pensando sempre di essere sul punto di morire.[16]

Questa è la Marcella che Girolamo incontra a Roma: una donna in cammino. Ed è in questo terreno, già reso fertile dalla preghiera, dallo studio, dalla vita austera, che Girolamo ha la grazia di poter continuare a lavorare.

Ecco allora che Marcella, grazie all’amicizia con Girolamo, si rivela ancora più profonda e innamorata delle Scritture di quanto già non appaia: curiosa, determinata, esigente, ricevuti gli insegnamenti del suo padre spirituale e maestro, formula obiezioni, solleva dubbi, lo sollecita ad ulteriori indagini e lo fa non per superbo spirito di contraddizione, ma per casto amore della Verità.

Poiché a quel tempo godevo di una certa reputazione quale studioso della Scrittura, non venne mai da me senza interrogarmi su qualche punto delle Scritture, e non si arrendeva subito, poneva invece domande non per spirito di contesa, ma per cercare e apprendere soluzioni alle obiezioni che avrebbero potute esser mosse. […]. Dirò soltanto questo: tutto quel sapere che ho potuto accumulare in me attraverso lunghi studi e trasformare quasi in natura attraverso una lunga meditazione, essa l’aveva bevuto, imparato, acquisito, così che dopo la mia partenza, se nasceva una controversia a proposito di qualche passo delle Scritture, si ricorreva al suo giudizio. E poiché era molto prudente […] quando la si interrogava, rispondeva esponendo un’opinione personale come se non fosse sua, ma mia, o di qualcun altro, e si professava discepola nell’istante stesso in cui insegnava […] e non voleva dar l’impressione di offendere il sesso maschile e, a volte, i preti che la interrogavano su questioni oscure e ambigue.[17]

Un senso di profonda amicizia spirituale fra Marcella e Girolamo si rintraccia con facilità in queste righe, laddove non viene tenuto segreto il desiderio di ritirarsi nella casa di campagna della donna, lontano dalla confusione e dalle chiacchiere della città.

Da troppo tempo stiamo vivendo nei compromessi. La nostra nave un po’ è stata sballottata da tempeste marine, un po’ s’è avariata nel cozzare contro gli scogli. Mi pare il caso, dunque, di rifugiarci al più presto in qualche solitario e nascosto angolino di campagna, come in un porto. Lì potremo nutrirci di cibi magari grossolani, ma genuini: pane ordinario, legumi annaffiati con le nostre mani, latte…, tutti prodotti campagnoli prelibati. Con un tal genere di vita il sonno non riuscirà a distoglierci dalla preghiera e la sazietà non ci farà ostacolo alla lettura.[18]

Le tempeste marine cui Girolamo allude rimandano al fatto che il clima ecclesiale romano, con la morte di papa Damasco, è cambiato; si scatenano, infatti, sentimenti di gelosia e di invidia nei confronti di Girolamo, che, vittima di maldicenze, sospetti, insinuazioni penose a motivo delle sue relazioni con Marcella e Paola, lascia definitivamente Roma.

Un nutrito numero di lettere manterrà Girolamo e Marcella uniti, ma i due non si vedranno più, certi però del fatto che

Quando fisicamente siamo lontani, possiamo trovar sollievo facendo conversare le anime.[19]

Partito Girolamo per la Terrasanta, Marcella non ha tempo per sentirsi abbandonata; si accorge invece di essere rivestita di una ulteriore responsabilità nel servizio alla Chiesa che lei ama e, in qualche modo, si ritrova a prendere il posto di Girolamo dinanzi alle minacce dell’eresia.

Allora la santa Marcella, che a lungo aveva chiuso gli occhi per non destare il sospetto che fosse mossa da gelosia, quando comprese che la fede, lodata per bocca dell’Apostolo, era violata in molti punti tanto che l’eretico trascinava perfino dei preti e molti monaci e soprattutto dei laici a dare il loro assenso e si prendeva gioco della semplicità del vescovo, si oppose pubblicamente, preferendo piacere a Dio, piuttosto che agli uomini. […] Fu lei a dar principio alla condanna degli eretici [che], chiamati a difendersi con numerose lettere, non osarono venire e tanto grande era il peso che gravava sulla loro coscienza che preferirono essere condannati in contumacia, piuttosto che essere accusati di persona.[20]

L’ultima battaglia di Marcella è combattuta nel 410: Roma è assediata dai Goti, che entrano in città, devastano le case, le spogliano di ogni bene, violentano le donne, uccidono. Anche il palazzo di Marcella è invaso:

In mezzo a tanta confusione, il vincitore sanguinario entra anche nel palazzo di Marcella. […] Si dice che accolse gli aggressori con volto intrepido. Poiché le si chiedeva l’oro e le ricchezze nascoste, si giustifica mostrando la sua rozza tunica, ma non riesce a far credere alla sua povertà volontaria. Colpita con bastoni e flagelli, dicono che non sentisse i tormenti, ma che si gettava piangendo ai piedi dei suoi carnefici per supplicare che non ti[21] separassero da lei perché temeva che la tua giovane età non sopportasse ciò che la vecchiaia non poteva temere. Cristo addolcì i cuori induriti e tra le spade cruente trovò spazio la pietà. […] Dopo alcuni mesi Marcella, sana e salva, in buona salute si addormentò nel Signore e lasciò te erede della sua povertà, o piuttosto attraverso di te lasciò eredi i poveri. Chiuse gli occhi sotto le tue mani, rese lo spirito in mezzo ai tuoi baci e, mentre tu piangevi, lei sorrideva cosciente di aver vissuto bene e di godere dei beni futuri.[22]

[1] Questo non accade solo in Occidente. Qualche esempio a titolo esemplificativo: la sorella di Agostino, rimasta vedova, fondò un monastero a Ippona, in Numidia. Alcune vergini, dopo l’esperienza romana, seguiranno Girolamo in Palestina e fonderanno lì dei monasteri femminili. Ancora in Palestina, sul Monte degli Ulivi, sotto la guida di Melania l’Anziana, era sorto un monastero femminile. Ed esperienze simili si trovano ancora a Costantinopoli e ad Olimpia.

[2] Cf. Girolamo, Lettere, 127, 4-5

[3] Girolamo, Lettere, 46,1. La lettera, inserita nell’epistolario di Girolamo, è tramandata come scritta da Paola e da sua figlia Eustochio per invitarla a raggiungerle in Palestina.

[4] Solo in maniera indiretta, attraverso le risposte date alle sue lettere da Girolamo, ci è dato di conoscere Marcella.

[5] Girolamo, Lettere, 127, 7.1

[6] Girolamo, Lettere, 28, 1

[7] Girolamo, Lettere, 29, 1

[8] Girolamo, Lettere, 127, 2.1

[9] Girolamo, Lettere, 127, 3.6; 3.9; 3.11

[10] Girolamo, Lettere, 127, 5.1; 5.3-4

[11] Girolamo si rivolge qui a Principia, figlia spirituale di Marcella e destinataria della lettera 127.

[12] Girolamo, Lettere, 127, 8.3

[13] Girolamo, Lettere, 127, 7.3

[14] La madre Albina amava i suoi parenti e voleva che tutti i beni di Marcella, che non aveva figli, fossero devoluti ai figli del fratello. Marcella, invece, preferiva i poveri, tuttavia, non volle opporsi alla madre e lasciò ai ricchi i gioielli e le suppellettili.

[15] Girolamo, Lettere, 127, 4.1-2; 4.5-8; 4.10

[16] Girolamo, Lettere, 127, 6.2; 6.6

[17] Girolamo, Lettere, 127, 7.2; 7.4-6

[18] Girolamo, Lettere, 42.3

[19] Girolamo, Lettere, 44

[20] Girolamo, Lettere, 127, 9.7; 10.5-6

[21] Girolamo si rivolge qui a Principia, figlia spirituale di Marcella e destinataria della lettera 127.

[22] Girolamo, Lettere, 127, 13.1; 13.3-6; 14.1-3

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Venerdì della II settimana di Quaresima

«… Gesù e i giudei …».

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 8, 31-59

In quel tempo. Il Signore Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio». Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Catechesi di padre Massimo di Venerdì 18 marzo 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano –  Vangelo del rito Ambrosiano –  Giovanni 8, 31-59.

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