PASSIONE DEL NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO SECONDO MATTEO 26,17-75
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: / “Percuoterò il pastore / e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: / d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo / seduto alla destra della Potenza / e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
Catechesi di padre Massimo di Giovedì 14 aprile 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 26,17-75.
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».
Catechesi di padre Massimo di Martedì 29 marzo 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 7, 6-12.
In quel tempo. Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Catechesi di padre Massimo di Domenica 06 marzo 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 4, 1-11.
Perché chiedere una parola ad un uomo così lontano nel tempo e nello spazio da noi? Perché chiedere una parola ad un monaco? Perché fidarci di abba Antonio? Cosa ha da insegnarci? Lo stile di vita condotto da abba Antonio (e dagli altri padri e madri del deserto) – e che prende il nome di monachesimo – paradossalmente si configura come la risposta a tutte le domande della vita di ciascuno di noi e alle domande che il tempo presente, quotidianamente, senza neppure troppa discrezione, ci pone. Del resto quando Antonio nel IV secolo si ritirò nel deserto o quando san Benedetto fondò il monachesimo occidentale (V/VI sec.) i tempi non erano certo più facili di quelli di oggi: davanti alle persecuzioni l’uno, ad un impero che stava finendo e alle invasioni barbariche l’altro; davanti all’incertezza e all’assenza di Dio, Antonio e Benedetto, benché in tempi e luoghi diversi, fecero una cosa sola: si ritirarono. E in quello spazio, tessuto di silenzio e preghiera, divennero consapevoli del fatto che solo chi cambia se stesso può cambiare il mondo. Questo invito quaresimale al monachesimo vuole essere, semplicemente, l’invito a mettere in moto una vita spirituale, una vita di fede che unifichi la persona. Non è una cosa proprio facile: richiede scelta, discernimento, giudizio, decisione, perseveranza. Non a caso i monaci sono dei combattenti, dei guerrieri, che lottano costantemente per custodire questa scelta e per portarla nella più profonda delle stanze interiori e lì entrare in contatto con Colui che è più intimo a loro di loro stessi. In quella stanza, il monaco è totalmente unificato: questo, infatti, vuol dire la parola monaco (dal greco monos): non è una persona “sola”, ma colui che è unitario, unificato, cioè pensa, dice e fa la stessa cosa, alla luce della Parola di Dio. Monaco è quella persona le cui azioni hanno un unico centro, e a quello tendono sempre a ritornare, per da lì ripartire di nuovo. Questo tempo di Quaresima è quello opportuno per fare come hanno fatto i padri e le madri del deserto: entrare nella nostra grotta, rifugiarci nelle nostre celle cittadine e lì ascoltare la Parola di Dio, lasciarsi guidare e illuminare dallo Spirito, lasciarsi disfare e poi rifare da Lui, affinché le parole e le azioni di ogni giorno nascano nella preghiera e nel silenzio dell’incontro con Dio. Questo incontro con Dio, che è sicuramente personale e intimo, non può che essere fatto all’interno della Chiesa, della tradizione, che ci consegna un’eredità, un cammino, una strada, un metodo. E lo fa anche attraverso la vita di uomini e donne come noi che, nei primi secoli del cristianesimo, hanno scelto quotidianamente di vivere e percorrere ogni giorno la strada della santità. Per questo chiediamo a loro “una parola” che ci guidi nell’ascesi, nella lotta contro ciò che ci fa ripiegare su noi stessi, contro ciò che ci fa lasciare la vita in mano alle circostanze, contro ciò che ci impedisce di incontrare il Signore. Siamo dunque tutti chiamati a vivere questo monachesimo, ciascuno il proprio. Senza sognare il martirio o l’eroismo, quello che ci insegnano i padri e le madri del deserto è di abbracciare con gratitudine la croce della quotidianità: stare accanto ai figli che non rispondono alle nostre aspettative, aver cura degli anziani che tornano bambini, accogliere le critiche dei colleghi che non apprezzano quello che facciamo, essere fedeli a quel sì detto a quel marito o a quella moglie per cui oggi credi invece di essere invisibile. Per fare tutto questo ci serve un metodo, un esempio, una guida: la fede è una cosa seria e non possiamo fidarci della nostra emotività. Se il nostro desiderio è quello di avere un progetto serio di vita spirituale, abbiamo la Parola da ascoltare, la Chiesa da seguire e duemila anni di patrimonio di sapienza e intelligenza da esplorare, conoscere, sperimentare, praticare.
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6 marzo 2022 I Domenica di Quaresima
Abba, dicci una parola… Antonio il Grande
Abba Antonio
Alcuni fratelli fecero visita ad abba Antonio e gli dissero: «Dicci una parola: come potremo essere salvi?». Disse loro l’anziano: «Avete ascoltato la Scrittura? È quello che occorre per voi». Risposero: «Anche da te vogliamo sentire qualcosa, padre». (Antonio abate, Detti 19)
Un giorno il santo abba Antonio, mentre dimorava nel deserto, fu preso da scoraggiamento e da grande tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «Signore, voglio essere salvato, ma i pensieri me lo impediscono. Che potrò fare della mia afflizione? Come posso essere salvato?». Sporgendosi un poco, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e prega, poi, di nuovo si siede e intreccia la corda, poi, di nuovo, si alza per pregare. Era un angelo del Signore inviato a correggere Antonio e a rassicurarlo. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». Come udì queste parole, fu preso da grande gioia e coraggio, così fece e si salvò. (Antonio abate, Detti 1)
Non erano ancora passati sei mesi dalla morte dei genitori e mentre, come al solito, si recava nella casa del Signore, meditava tra sé e sé, e considerava tutto questo: come gli apostoli avessero lasciato tutto per seguire il Salvatore e come quelli di cui si parla negli Atti, venduti i propri beni, portassero il ricavato e lo deponessero ai piedi degli apostoli perché fosse distribuito a chi ne aveva bisogno e quale e quanto grande fosse la speranza riservata loro nei cieli. Pensando a queste cose, entrò nella casa del Signore e accadde che proprio in quel momento veniva letto il Vangelo; e sentì il Signore che diceva al ricco: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli. Antonio, come se il ricordo dei santi gli fosse venuto da Dio stesso e come se la lettura fosse proprio per lui, subito uscì dalla casa del Signore, donò alla gente del suo villaggio i beni che aveva ereditato dai genitori – si trattava di trecento arure (circa 80 ettari) di terra fertile e buonissima – perché non creassero fastidi né a lui né alla sorella. Vendette poi tutti gli altri beni mobili che possedeva, ne ricavò una considerevole somma di denaro e la diede ai poveri, riservandone una piccola parte per la sorella. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 2.2).
Disse ancora: «Nessuno, se non avrà conosciuto la tentazione, potrà entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni», disse, «e nessuno si salverà». (Antonio abate, Detti 5)
Ma il diavolo, che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di lui i suoi intrighi abituali. Per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo. Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 5.1-3)
Disse abba Antonio: «Vidi tutte le reti del Nemico stese sulla terra e gemendo dissi: “Chi potrà sfuggire?”. E udii una voce che mi disse: “L’umiltà”». (Antonio abate, Detti 7)
Domandò ad abba Antonio: «Che debbo fare?». Gli rispose l’anziano: «Non confidare nella tua giustizia, non preoccuparti delle cose che passano, domina la lingua e il ventre». (Antonio abate, Detti 6)
Disse ancora: «Alcuni rovinano il loro corpo con l’ascesi, ma poiché mancano di discernimento si allontanano da Dio». (Antonio abate, Detti 8)
Antonio, dunque, non si ricordava del tempo trascorso, ma ogni giorno, come se incominciasse in quel momento la vita di ascesi, intensificava i suoi sforzi per progredire e ripeteva continuamente le parole di Paolo: Dimentico del passato, tendo verso ciò che sta innanzi. Ricordava anche le parole del profeta Elia che dice: È vivente il Signore alla cui presenza io oggi sto. Osservava infatti che, dicendo «oggi», il profeta non misurava il tempo trascorso, ma, come se ogni volta incominciasse, cercava ogni giorno di presentarsi a Dio così come bisogna comparire dinanzi a Lui con un cuore puro, pronto a obbedire alla sua volontà e a nessun altro. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 7.11).
Siate vigilanti, non lasciate che la vostra lunga ascesi si perda, ma preoccupatevi di tener viva la vostra sollecitudine come se cominciasse soltanto adesso. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci eppure deboli. Non temeteli, dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi e ricordate le esortazioni che avete udite da me. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 91.2).
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6 marzo 2022
I Domenica di Quaresima
Abba, dicci una parola…
Antonio il Grande
Alcuni fratelli fecero visita ad abba Antonio e gli dissero: «Dicci una parola: come potremo essere salvi?». Disse loro l’anziano: «Avete ascoltato la Scrittura? È quello che occorre per voi». Risposero: «Anche da te vogliamo sentire qualcosa, padre». (Antonio abate, Detti 19).
«Dicci una parola: come potremo essere salvi?» chiedono ad abba Antonio i fratelli. Abba, cioè padre, è quel padre che genera secondo lo Spirito, che trasmette la vita attraverso una parola, che non è parola sua, ma è parola sottomessa alla Parola di Dio, sua serva umile. Per questo Antonio rinvia sempre chi lo interroga alla Scrittura: «Avete ascoltato la Scrittura? È quello che occorre per voi». Ma i discepoli ribattono: «Anche da te vogliamo sentire qualcosa, padre».
Le parole umane, allora, se nate dallo Spirito, diventano portatrici di vita.
Ma come fanno le parole umane a nascere dallo Spirito? Come si fa a capire ciò che viene dall’uomo, ciò che viene da Dio e ciò che viene dal male?
Il primo dei trentotto detti di Antonio il grande, che poi è il primo di tutti i detti dei padri del deserto tramandati, ha un significato particolarissimo.
Un giorno il santo abba Antonio, mentre dimorava nel deserto, fu preso da scoraggiamento e da grande tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «Signore, voglio essere salvato, ma i pensieri me lo impediscono. Che potrò fare della mia afflizione? Come posso essere salvato?». Sporgendosi un poco, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e prega, poi, di nuovo si siede e intreccia la corda, poi, di nuovo, si alza per pregare. Era un angelo del Signore inviato a correggere Antonio e a rassicurarlo. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». Come udì queste parole, fu preso da grande gioia e coraggio, così fece e si salvò. (Antonio abate, Detti 1).
Ci si aspetterebbe che, del padre dei padri del deserto, in apertura venisse presentato il miracolo più grande oppure la guarigione più straordinaria o il racconto della sua vocazione.
Invece si ha qui una fotografia di Antonio in lotta con quello che è considerato uno dei più grandi mali della vita spirituale: l’acedia (o accidia). Questo detto è un po’ come se fosse la sintesi dell’itinerario spirituale di Antonio: è il racconto di un salvato: «Così fece e si salvò» – conclude il detto.
Vi è in queste poche righe la mappa del combattimento spirituale, che ogni discepolo del Signore si trova a dover affrontare.
I detti sono sempre la risposta, la parola lasciata in eredità al discepolo che chiede al padre una parola di salvezza: qui (e non solo qui[1]) la parola di salvezza è data dall’esempio di un uomo di Dio che imparò a lottare contro la tentazione e fu salvato.
Antonio – dice il detto – dimorava, stava nel deserto: non ci era finito per caso, aveva operato una scelta di vita che lo aveva portato ad allontanarsi dai luoghi abitati, dalle comodità della vita, dagli amici, dalle ricchezze. Quel dimorava, la forza di quello stare, spiega che solo nel deserto Antonio poteva imparare l’arte di abitare non solo il deserto geografico, ma anche il deserto della sua stessa umanità.
L’acedia, ovvero quel senso di scoraggiamento, quella specie di nausea, di non-senso che a volte coglie anche la nostra vita, insidia non soltanto il cuore, ma anche la mente di Antonio e avanza, galoppa in maniera proporzionale alla scelta di vita semplice, di spoliazione, di rinuncia che viene fatta. L’acedia spira avversione per il luogo, per il genere di vita, per il lavoro, insinua che l’amore per i fratelli sia cosa vana e che non ci sia nessuno disposto ad accogliere e consolare la nostra povera persona, neppure Dio; suggerisce alla mente il ricordo dei parenti, della vita di prima; prospetta la fatica dell’ascesi, dichiara l’inutilità di aver lasciato tutto in vista dell’Uno. Questo è capitato anche ad Antonio che, andato nel deserto per cercare il Signore, quasi sembra essere sul punto di tornare indietro.
Ma il detto suggerisce anche la via d’uscita dalla tentazione: Antonio prende le distanze dalla tempesta di pensieri (loghismoi) che lo ossessionano, segna un limite, un confine marcato fra quanto sente nella sua testa e la sua volontà di salvezza. «Voglio essere salvato» – dice – «ma i pensieri me lo impediscono».
I loghismoi – termine usato nella tradizione monastica per designare i sentimenti, gli impulsi, i fantasmi, le inclinazioni che affiorano nel cuore e nell’immaginario dell’uomo – vengono riconosciuti e denunciati da Antonio come qualcosa di estraneo, di altro da Dio, come qualcosa che si oppone alla salvezza.
Antonio attua così un processo di discernimentoda cui immediatamente prende avvio il combattimento spirituale: «Sporgendosi un poco», cioè spostandosi non semplicemente fisicamente, ma modificando la posizione del cuore, ossia prendendo le distanze da quei pensieri, oggettivando la situazione, smettendo di autodichiararsi vittima di quell’evento, «vede un altro come lui che sta seduto e lavora, poi si alza dal lavoro e prega» e la scena si ripete più volte fino a quando Antonio non si accorge che ha dinanzi a sé un angelo del Signore.
Tuttavia gli angeli – è noto – per loro natura non lavorano. Che senso ha questa visione? Che cosa suggerisce, allora?
Quei loghismoi, quei pensieri corrotti, ricevono in questa visione la luce dello Spirito, che li rivela nella loro natura e dà loro un nome: la tentazione di Antonio è il desiderio di una spiritualistica evasione dal suo status, dalla sua condizione umana. Ciò che l’angelo gli chiede di fare non è nulla di straordinario: lavoro e preghiera, perseveranza nella gioia e fatica del lavoro e perseveranza nella gioia e fatica della preghiera. Resosi conto di questo, Antonio si lascia correggere, si ravvede, allontana da sé la tentazione di vivere una vita angelica e fa così come vede: torna alla sua vita umile di lavoro e preghiera, rientra nell’amore di Dio che si manifesta nella sua quotidianità, qui, sulla terra, e si salva.
La vita di abba Antonio è caratterizzata da un vivace dinamismo: la sua vita da cristiano, la sua vita da monaco non è mai uno status, ma si caratterizza sempre come una via, come un continuo camminare e progredire nella conoscenza di sé e di Dio, in una ferma obbedienza a quel primo appello del Signore a rinunciare ai suoi beni e a seguirlo[2]. A partire da quel momento, nel racconto di Atanasio, che scrive la Vita di Antonio, è possibile individuare quattro fughe che spingono Antonio nel corso della sua vita a cercare una solitudine sempre più grande. Queste quattro fughe, questi quattro passaggi – che vedono Antonio prima vivere ai margini della propria città, poi spostarsi in un sepolcro lontano dal proprio villaggio, poi trascorrere venti anni di assoluta solitudine in un fortino abbandonato nel deserto ed infine ritirarsi su una montagna nella regione più interna del deserto egiziano – non avvengono in modo spontaneo, così come la crescita spirituale di Antonio non avviene in modo lineare: ogni tappa della vita di Antonio è caratterizzata da una crisi, da un momento di dura prova e di tentazione.
Disse ancora: «Nessuno, se non avrà conosciuto la tentazione, potrà entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni», disse, «e nessuno si salverà». (Antonio abate, Detti 5)
È dunque per Antonio (e per tutti noi) quello della tentazione il momento opportuno, lo spazio sacro in cui avviene che un equilibrio si spezza per lasciare posto a quella nuova creatura che dentro di lui, poco a poco, il Signore sta plasmando.
La lotta nel deserto, che nasce come lotta contro i piaceri e le seduzioni del mondo[3], si fa sempre più interiore, più intima, fino a raggiungere le profondità del cuore, quegli abissi che attendono di essere evangelizzati, trasfigurati dalla grazia di Dio.
Così accade che tutto ciò che Antonio aveva fatto con l’entusiasmo del novizio per amore del Signore, gli viene presentato alla mente come irragionevole, insensato, folle. La sua chiamata a servire il Signore gli appare come un’illusione e ciò a cui ha liberamente rinunciato tenta di sedurlo. Il Divisore gli pone davanti la sua debolezza, la fatica dell’ascesi, la lunghezza del cammino ancora da percorrere[4].
Disse abba Antonio: «Vidi tutte le reti del Nemico stese sulla terra e gemendo dissi: “Chi potrà sfuggire?”. E udii una voce che mi disse: “L’umiltà”». (Antonio abate, Detti 7)
È proprio nella tentazione e nella lotta, che Antonio impara a conoscere se stesso e la propria debolezza; impara a diffidare delle sue forze. La solitudine del deserto mette a nudo la verità più profonda: non può contare su se stesso, né sulle proprie forze, né sulla proprie capacità, né sul proprio passato. Non può contare su nulla.
Sarà solo attraverso la lotta della preghiera che Antonio vincerà la tentazione e permetterà al Signore di vincere in lui. Nella battaglia contro il male ne esce consolato e rafforzato, ma non allenta la lotta: persevera nella preghiera, nella veglia, nel digiuno.
Domandò ad abba Antonio: «Che debbo fare?». Gli rispose l’anziano: «Non confidare nella tua giustizia, non preoccuparti delle cose che passano, domina la lingua e il ventre». (Antonio abate, Detti 6)
Per vivere la lotta e non esserne sottomessi c’è bisogno di un necessario contenimento dei bisogni vitali dell’uomo, come il cibo e il sonno, e una indispensabile fermezza nel vigilare su di sé e sul proprio cuore. La veglia ha l’obiettivo di tenere il cuore desto nell’attesa del giorno del Signore; il digiuno orienta verso un’altra fame, che è la fame della Parola di Dio; l’ascesi è sempre opera di liberazione da sé e dai propri pensieri per lasciar spazio all’opera di Dio in noi.
Tuttavia digiuno, veglia e ascesi non sono cosa buona in sé e non devono mai essere assolutizzati: sono soltanto mezzi che predispongono all’esercizio della carità, dell’amore per Dio e per il prossimo. Antonio stesso condanna ogni eccesso nell’ascesi:
Disse ancora: «Alcuni rovinano il loro corpo con l’ascesi, ma poiché mancano di discernimento si allontanano da Dio». (Antonio abate, Detti 8)
Secondo Antonio, infatti, la via della virtù non va misurata in base al tempo, in modo quantitativo, ma in modo qualitativo, in base cioè al desiderio e alla decisione. Proprio per questo, dimentico del tempo trascorso, ogni giorno Antonio iniziava da capo la sua vita d’ascesi e in quell’oggi si presentava a Dio come se fosse la prima volta, con cuore puro, pronto ad obbedire alla Sua volontà e a null’altro[5].
Questa, infatti, fu l’eredità di Antonio, queste le sue ultime parole: «Siate vigilanti, non lasciate che la vostra lunga ascesi si perda, ma preoccupatevi di tener viva la vostra sollecitudine come se cominciasse soltanto adesso. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci eppure deboli. Non temeteli, dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi e ricordate le esortazioni che avete udite da me»[6].
[2] Non erano ancora passati sei mesi dalla morte dei genitori e mentre, come al solito, si recava nella casa del Signore, meditava tra sé e sé, e considerava tutto questo: come gli apostoli avessero lasciato tutto per seguire il Salvatore e come quelli di cui si parla negli Atti, venduti i propri beni, portassero il ricavato e lo deponessero ai piedi degli apostoli perché fosse distribuito a chi ne aveva bisogno e quale e quanto grande fosse la speranza riservata loro nei cieli. Pensando a queste cose, entrò nella casa del Signore e accadde che proprio in quel momento veniva letto il Vangelo; e sentì il Signore che diceva al ricco: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli. Antonio, come se il ricordo dei santi gli fosse venuto da Dio stesso e come se la lettura fosse proprio per lui, subito uscì dalla casa del Signore, donò alla gente del suo villaggio i beni che aveva ereditato dai genitori – si trattava di trecento arure (circa 80 ettari) di terra fertile e buonissima – perché non creassero fastidi né a lui né alla sorella. Vendette poi tutti gli altri beni mobili che possedeva, ne ricavò una considerevole somma di denaro e la diede ai poveri, riservandone una piccola parte per la sorella. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 2.2).
[4] Ma il diavolo, che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di lui i suoi intrighi abituali. Per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo. Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 5.1-3).
[5] Antonio, dunque, non si ricordava del tempo trascorso, ma ogni giorno, come se incominciasse in quel momento la vita di ascesi, intensificava i suoi sforzi per progredire e ripeteva continuamente le parole di Paolo: Dimentico del passato, tendo verso ciò che sta innanzi. Ricordava anche le parole del profeta Elia che dice: È vivente il Signore alla cui presenza io oggi sto. Osservava infatti che, dicendo «oggi», il profeta non misurava il tempo trascorso, ma, come se ogni volta incominciasse, cercava ogni giorno di presentarsi a Dio così come bisogna comparire dinanzi a Lui con un cuore puro, pronto a obbedire alla sia volontà e a nessun altro. (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 7.11).
[6] Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 91.2.
In quel tempo. Il Signore Gesù salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà. Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno». Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva. Avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».
Catechesi di padre Massimo di Giovedì 10 febbraio 2022 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Marco 8, 10-21.
In quel tempo. I farisei e i sadducei si avvicinarono per mettere alla prova il Signore Gesù e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose loro: «Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Li lasciò e se ne andò. Nel passare all’altra riva, i discepoli avevano dimenticato di prendere del pane. Gesù disse loro: «Fate attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei». Ma essi parlavano tra loro e dicevano: «Non abbiamo preso del pane!». Gesù se ne accorse e disse: «Gente di poca fede, perché andate dicendo tra voi che non avete pane? Non capite ancora e non ricordate i cinque pani per i cinquemila, e quante ceste avete portato via? E neppure i sette pani per i quattromila, e quante sporte avete raccolto? Come mai non capite che non vi parlavo di pane? Guardatevi invece dal lievito dei farisei e dei sadducei». Allora essi compresero che egli non aveva detto di guardarsi dal lievito del pane, ma dall’insegnamento dei farisei e dei sadducei.
Catechesi di padre Massimo di Giovedì 02 dicembre 2021 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Matteo 16, 1-12.
«… ci invia perché ci ama, ci ama perché ci invia …».
Lettura del Vangelo secondo Marco 6, 7-13
In quel tempo. Il Signore Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Catechesi di padre Massimo di Mercoledì 20 ottobre 2021 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Marco 6, 7-13.
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Per il mese di giugno la Preghiera Notturna è sospesa perché tutti i sabati ci saranno gli incontri a Pavia alle ore 19. Pregheremo insieme i Vespri nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro.
«… questo è il mio corpo …».
Lettura del Vangelo secondo Marco 14, 12-16. 22-26
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero al Signore Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Catechesi di padre Massimo di Domenica 06 giugno 2021 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Marco 14, 12-16. 22-26.
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Per il mese di giugno la Preghiera Notturna è sospesa perché tutti i sabati ci saranno gli incontri a Pavia alle ore 19. Pregheremo insieme i Vespri nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro.
«… il dono dell’Eucarestia …».
Lettura del Vangelo secondo Marco 14, 12-16. 22-26
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero al Signore Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Catechesi di padre Massimo di Giovedì 03 giugno 2021 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Marco 14, 12-16. 22-26.
In quel tempo. Il Signore Gesù disse alla folla: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Catechesi di padre Massimo di Lunedì 26 aprile 2021 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 6, 44-51.
In quel tempo. Il Signore Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Catechesi di padre Massimo di Mercoledì 21 aprile 2021 – dalla Parrocchia Santa Rita – Milano – Vangelo del rito Ambrosiano – Giovanni 6, 1-15.